La maschera è una invenzione umana, affonda le sue origini nel mito, si esprime
simbolicamente, è costituita di materia narrativa, si costituisce come alleato nel gioco
creativo.
Una breve esplorazione trans culturale, trans metodologica, nel non tempo e non
luogo che la maschera offre, fra divino e umano.
The mask is a human invention, it has its origins in the myth, it is expressed
symbolically, it is made up of narrative material, it is constituted as an ally in the
creative game.
A brief trans-cultural, trans-methodological exploration, in the non time and non
place that the mask offers, between the divine and the human
Una maschera non è principalmente ciò che rappresenta, bensì ciò che trasforma, vale a dire ciò che essa sceglie di non rappresentare. Come un mito, una maschera nega tanto quanto afferma: non è fatta solo di quanto dice o crede di dire, ma anche di ciò che esclude Claude Levì-Strauss, 1985
La maschera, nell’uso che ne fa l’uomo, è un tramite con mondi e dimensioni altre.
Attraverso essa diverse culture mantengono un dialogo e una mediazione con ciò che è altro e
altrove, dall’altra parte:
il mondo dei vivi e il mondo dei morti,
il divino e l’umano,
l’infero e l’umano
identico e opposto:
il dentro e il fuori,
il caos e l’ordine,
il sacro e il profano,
il selvatico e il civilizzato.
L’uso che era nostro al tempo del solstizio d’inverno, relegato spesso oggi nello spazio circoscritto
del palcoscenico, coi nostri pulcinella e pantalone, l’uso che è oggi per i Dogon del Mali conferisce
alla maschera la possibilità di attualizzare una relazione col trascendente.
La relazione avviene attraverso il rito.
Rituale è la sua costruzione, i materiali utilizzati prevalentemente provengono dal luogo che è già
sede di spiriti da placare o a cui chiedere benevolenza, nel caso in cui si voglia propiziare caccia e
raccolto sarà la foresta il luogo.
Rituale è l’uso per il portatore, che dovrà essere iniziato ad essere abitato dal sovrumano, non si
tratta in effetti di portare la maschera, ma di esserne posseduto.
Rituale è il vestiario con cui si completa, come la danza e il movimento.
Il rito trova le sue spiegazioni nel mito, connette alle origini, agli antenati, alla creazione, agli dei.
Per i Dogon del Mali la prima grande maschera contiene l’anima del primo antenato, morto per aver
voluto conoscere il linguaggio segreto, attraverso un rito collettivo ogni 60 anni si espia il peccato,
sancendo il confine fra mondo dei vivi e mondo dei morti.
La maschera Sirige racconta la discesa sulla terra dei primi antenati a dorso dell’arcobaleno.
Nella loro cultura animista tutte le cose possiedono un anima (Nyama) e la maschera intrappola tale
forza vitale perché, attraverso la mediazione della maschera, nel rito, sia benevola agli uomini.


https://youtu.be/whAY9R-_7ac?si=JalYx9EwNTXg05so
Diverse funzioni delle maschere sono rintracciabili in diverse culture.
Sono presenti nei cicli di vita: nascita, circoncisione, morte.
Sono iniziaziatiche quando definiscono il passaggio dall’età infantile a quella adulta.
Nel Mali e in quasi tutta l’Africa definiscono l’ingresso nelle società segrete degli uomini, in Sierra
Leone e Liberia sono le donne ad essere iniziate attraverso l’uso della maschera.

Autore: I. Fornasiero

Danza della Pantera – Autore: Terry Bianchi
https://youtu.be/FN1qz8tp89g?si=-qSWDMxvQ_ftKp3-
https://youtu.be/WyFap8dRArU?feature=shared
https://youtu.be/jW8-Ni-MeN4?si=PuySGv3EAVA8HOpP
Funerarie per gli egizi nel dare forma al volto immortale del faraone o per i popoli mediterranei nel
proteggere i defunti nel loro trapasso dai demoni ostili. In Africa la maschera funeraria permette ai
vivi di non essere turbati dal ritorno del defunto.
Sacre dove mediano nel rapporto col divino. Tali vengono considerate presso certi popoli della costa
d’avorio, un mezzo attraverso cui un genio si esprime, egli è nella maschera. Per tale motivo la
maschera sceglie il portatore e se rovinata mantiene la sua autorità sul popolo. Se non indossata si
racconta si possa udire mentre digrigna i denti.
Possono avere una funzione sociale e politica: nella civiltà Dan tra la Costa d’Avorio, la Guinea e la
Liberia, la maschera costituisce l’elemento fondamentale dell’organizzazione della comunità, ha la
funzione di guida, capo e giudice, permette l’ordine e la giustizia. E ad essa che ci si rivolge per la
risoluzione dei conflitti e delle contese, legifera.
La maschera è apotropaica nel favorire e tutelare l’alterarsi dei cicli stagionali e della vita.
Nel suo essere eterna, non soggetta al tempo degli uomini, è testimone nel tempo della semina e del
raccolto, nel tempo della morte e della rinascita.
Molte sono le cerimonie agrarie, in diverse culture, in cui la maschera propizia il buon raccolto e la
fecondità delle donne.
Nell’esperienza terrifica della finitezza e vulnerabilità umana, in un ambiente che lo riduce a cosa
inconscia e vivente e senza controllo alcuno, si invoca la divinità natura nella sue varie sembianze
trans culturali per essere affrancati dalla sua ira, così che non inghiotta la vita, che non faccia razzia
di infanti, generazione a venire.
Levi-Strauss studiò a lungo i riti degli Indiani del Nord America. È presente presso i Kwakiut la
maschera Dznokva, un femminile terrifico dal viso orrendo, rapitrice e divoratrice di bambini.
Questa terribile divinità verrà ammansita o messa in fuga nella danza e nel rito così da divenire
prodiga presso gli umani. Elementi della terra compongono le sue vesti e i suoi averi, pelli e
corteccia e soprattutto il rame. Le ragazze puberi come Dznokova portano il rame come dote per il
futuro marito, a lui carpiscono la futura progenie.

Kwakiutl – Maschera Dzonokwa durante la danza propiziatoria (photo E. S. Curtis, 1915)

Dzonokwa – Museo dell’Antoprologia dell’università della British Columbia, Vancouver, Canada

Statua in legno di Dzonokwa (E. S. Curtis, 1915)
https://youtu.be/6_Qej9mnP08?si=AVwVi8tPTcIhefDg
https://youtu.be/q8Io7egD22Q?si=szoncxBIJ4yH23V2
La Maschera Swaihwe dei Salish proviene dalle divinità acquatiche e porta i doni dell’acqua come il
pescato e anch’essa si orna di rame.
La maschera è tellurica quando dalle profondità della terra deve attingere per rigenerare la vita. È
selvatica e bestiale, infernale, dall’istintuale e dal sotterraneo attinge energia piuttosto che esserne
sopraffatta. Ritorna ad un indifferenziato primo tempo, de costruito e de socializzato.
Nel carnevale, nel solstizio d’inverno, nel passaggio da un tempo vecchio ad uno nuovo, nei confini
del rito, avviene la caduta dell’ordine sociale permettendo il temporaneo irrompere del caos come
energia generatrice.
Trans storico, trans umana, trans sessuale nel ritorno ad un originario.
Il Mammutones indossa il fazzoletto femminile e la coppola maschile, si copre ed ha pelle animale,
accompagnato dagli Isadores con passi stereotipati fa suonare i pesanti campanacci che tiene sulla
schiena.

Mamuthone – Mamoiada – 27/04/2007 – Autore Formica Rufa

Sfilata dei Mamuthones da PRC90
https://youtu.be/6hpvYmSrnW0?si=WFd8ro6INScElHgE
Le maschere Ciwara dei Bambara raffigurano l’antilope, ma sotto queste sembianze si cela lo spirito
dell’acqua Faro che ha insegnato agli uomini a coltivare. Le maschere danzano in coppie di maschi
e femmine per favorire la fertilità.

Danza della maschera Ciwara Bamako (2010) di Alexandre Magot

Ciwara presso il Brooklyn Museum di New York
https://youtu.be/bt3Mkzv2Ot0?si=-mup1i31OsQOxrge
La maschera Dogun Gomintogo rappresenta un cervo ucciso da un coltivatore nel mito della sua
origine, ad essa si offrono sacrifici affinché lo spirito favorisca e non rovini il raccolto.
Gli Zani bergamaschi, che con il loro bastone fallico fanno per alzare le sottane alle giovani, si
ubriacano di vino e mangiano a dismisura rubando in casa d’altri, ballano con l’orso. Buffoni sacri
rappresentanti di una dimensione necessaria al sovvertimento dell’ordine costituito, curatori
dell’orgiastico, del grottesco, del laido, dello sconveniente, nel segno del mitico trickster.

Jacques Callot, I Balli di Sfessania, Due Zanni

Tratta da: “Maschere, Favole, Costumi, Personaggi” – Editrice MAP – Roma- Anni ’50, pubblicata online
dal Prof. U. Bartocci
https://youtu.be/D0GFyA_A0uE?si=ODBgHXToYPHW0zhl
Queste maschere permettono di attingere all’energia del tellurico, primordiale, prima natura,
all’interno di una economia culturale, di equilibri fondati fin dalla creazione del mondo nella
connuctio oppositorum, detentori di follia florida curano la fine del vecchio e senile per far spazio al
nuovo e generativo.
È il caos, come vortice degenerativo che la maschera esorcizza, rappresentandolo e imbrigliandolo
nel rito, il selvatico dell’uomo che governando le bestie, tale ritorna essendo anche lui animale non
pienamente civilizzato.
Nel rito è spesso presente come alleato sciamanico l’orso per la sua forza istintuale, come la
profondità terrena dove è la materia prima come vuole Efesto.
Da che esiste la civiltà in senso aggregativo, con il passaggio all’agricoltura e allevamento, il
dialogo fra ordine e disordine, con il ritorno rituale all’originario si fa necessario per il
rinnovamento.
“Dalla volta celeste, dalle regioni infere o dalle profondità acquatiche, da un altrove radicale
comunque imperscrutabile, la maschera approda sulla terra trasformando il caos in ordine
culturale”
(Bruno Callieri, 2001)
Già Virgilio delle Georgiche descrive i riti agrari dei Romani, dove Bacco viene onorato con canti e
balli da orrende maschere di corteccia.
L’etimo di maschera è incerto, fra i molti Toschi propende per il termine maska.
Nell’editto di Rotari del 643 si evince un’accusa di stregoneria la cui attività consiste nel divorare
l’uomo dall’interno, le donne accusate venivano definite maska. La maska arriva di notte e disturba
il sonno, agisce sull’umano cannibalizzandone l’energia vitale. La strega è un essere da cui
proteggersi con giusta preghiera e azioni nella cultura eritrea, viene di notte col buio e il venir meno
della vigilanza.
Zironi (2001) rivela che maska glossato con grima, può essere letto sporco e si intende
“mascherarsi”: tingersi. Attraverso la pittura del corpo e del viso farsi potenti guerrieri, spaventare i
nemici in battaglia, farsi spettro, assumere divina azione.
La maska è quindi qualcosa che attinge ad un potere altro, di altro mondo o diverso dall’umano,
selvaggio, infero, divino. A tale potere non ci si sottrae, chi è maska ne è attraversato perdendo una
identità singola per una collettiva, trasfigurando in eterno e insondabile. Chi è al cospetto della
maska la teme, ne è sedotto, vinto.
La maschera non è oggetto se non desacralizzata e deculturalizzata.
Alcuni popoli dell’Africa le commerciano come elementi ornamentali oggi, private del loro ruolo
nella mediazione con l’eterno, tanto quanto una bauta veneziana avrà il suo costo dal commerciante
come manodopera d’autore.
Di fronte ad una maschera in legno africana, lontani dal linguaggio madre d’origine, dalla cultura
che la incornicia, non nostra, misconosciamo la sua potenza evocativa.
Di fronte ad un arlecchino, diversamente, col suo corno di infera memoria siamo sedotti, se poi
coesiste con una ingenua colombina, pretesa dal burbero capitano, dove l’irato pantalone si danna
della sua sorte, ci troviamo in una tensione culturale attualizzante il noto, ridondante, sinanco
rassicurante, come fosse nenia, nella culla di una memoria collettiva.
Nella relazione che esprime, nell’immaginario che favorisce, difficilmente è cosa ferma, di sola
materia. Racconta sempre una storia, già narrata o da narrare, di servi furbi ad esempio, come i
Brighella e i Pulcinella, che la fanno in barba al padrone per favorire l’amore dei giovani, in
abbondanza di viveri e buon vino.
La maschera non è immagine, non solo, si definisce nel suo poter essere indossata, nel suo
attraversamento metafisico, nel suo abitare l’umano, un corpo che si fa ospite.
La maschera non è mai inerme e parziale, non è volto solo, ma corpo e movimento. Il vestiario non
si completa nel mascheramento del volto, ci sarà anche un cappello o un colore del corpo o del viso,
una pelle animale, una stoffa, delle braghe, cintola e campanacci a risvegliare i morti. Avrà un
piglio, una azione, un movimento sbilenco, claudicante a memoria di tara fisica che identifica lo
sciamano.
La maschera è tutta, è una possessione totale, che si rivela attraverso questa. Non indossata la
maschera perde il contatto con l’umano, si fa vertigine corale, timore divino, come nelle alte
maschere di 5 metri dei Dogon che narrano le origini dell’uomo.
Una maschera, un abito da Pulcinella, non indossato, che non divora l’attore mandandolo nel mito,
rivela la sua universalità ed eternità, rimandando l’umano alla sua temporalità.
La persona che indossa la maschera interrompe la propria identità, abdica a favore dell’essenza, di
un autorità impersonale, che non era ma è, nel ritorno ad un tempo originario. Presenta una realtà
viva e partecipata.
Nel propiziare il rito, purgati dalla miseria della morte, riappacificati con terra e cielo, ci saranno le
messi, arriverà un raccolto ricco, le donne saranno fertili e accoglieranno il seme che darà nuova
vita, morte e rinascita in un ciclo infinito.
Il contatto con l’istintuale, l’allentamento dei vincoli del civilizzato, il volgare, lo stato alterato di
coscienza, l’ossessiva stereotipia dei movimenti, la fatica dei corpi sempre in movimento, apre
all’inconscio, che si fa collettivo nel rito.
Nella lingua greca pròsopon, persona, indica sia la maschera che il volto, indica per meglio dire ciò
che è davanti agli occhi.
La maschera greca, che la storia ci offre, definisce l’anatomia espressiva dell’umano: esasperata nel
tratto, riconoscibile nell’espressione, definita nell’azione, ha già in se un destino, per meglio dire la
realizzazione del fato.
Nel culto di Dioniso, dio dell’alterità, il tragediografo Tespi nel 530 a.c. introduce la maschera come
artificio tecnico, per la sua capacità di amplificare fisionomia e voce e crea dei caratteri distinti.
Nel teatro dell’Atellana portato a Roma nel 391 a.c. sono presenti diversi soggetti fissi: lo sciocco, il
vecchio, il gradasso, etc.. Fra queste il Kikirrus, maschera teriomorfe, con naso adunco come un
gallo, possibile antenato del Pulcinella.

Kikirrus
La maschera, citando Bruno Callieri (2001), sta lì come cosa fenomelogica per eccellenza,
polivalente, irriducibile, univoca.
Promuove un processo dialogico inesauribile nel suo essere ricerca e necessità umana.
Nel teatro, l’opera di Lecoq, abbiamo di questo rappresentazione: attraverso l’uso della larva,
bianca, basilare e lieve nella sua espressione che è già emozione umana riconoscibile e piena, come
pietra miliare, primo movimento, da cui iniziare.

Lecoq con la maschera, manufatto di Sartori. Actes Sud, 2016
La maschera è tramite fra dentro e fuori, conscio e inconscio, celato e rivelato
In arte terapia la maschera da forma a ciò che è celato, anche alla consapevolezza dell’autore. Come
strumento semistrutturato favorisce la proiezione di tematiche personali all’interno della cornice
rappresentata dal volto umano.
All’interno del contenitore ludico la maschera con la sua moltitudine di figure trasgredisce il senso
di un identità nota, strutturata, per acquisire una qualità fluida e una dimensione narrativa.
La costruzione della maschera è già attività terapeutica, in quanto espressione creativa, permette la
produzione di onde alfa. Al neuroimmaging nei soggetti traumatizzati, durante la ludoterapia, è
possibile notare una attività celebrale differente dal solito, le aree talamiche normalmente
iperstimolate manifestano una attivazione minore a favore di una attivazione celebrale diffusa.
All’interno della cornice gruppale dare identità alla maschera richiama al sacro e al rito. La
maschera ha un nome, rivelarlo presentifica la sua identità, diviene viva lasciando la dimensione
oggettuale, acquisisce profondità, anima, porta una storia.
La maschera narra la sua storia, lo fa a modo suo, sceglie, rivela ciò che vuole.
Definisce la cornice temporale e di luogo: c’era e non c’era una volta, vi racconto da dove vengo,
dove vado, come sono arrivato qui. Vi racconto chi ero, chi sarò, oggi sono.
Usa i suoi colori, ne da spiegazione, ma solo se vuole, rimane misteriosa e lontana o si fa vicina e
intima.
Permette di mettersi in gioco nella cornice gruppale, sociale, pubblica, con l’aiuto del conduttore
che officia il sacro, nel rispetto del confine, attraverso una esposizione sicura, libera da giudizio.
Il conduttore dovrà chiarire che vuole la storia della maschera, non di chi l’ha creata, per permettere
allo spazio finzionale di essere pienamente creativo.
Il gruppo in cerchio, fa da testimone, accoglie con cura. Le storie sono doni che vengono scambiati,
divengono ricchezza e patrimonio comune.
Da qui le possibilità virano verso il laboratorio sociale e lo psicodramma: le maschere possono
mettere in comune le risorse, rivolgersi nuovamente alla materia per creare qualcosa di comune.
L’identità è accolta nel gruppo che esprime a sua volta la sua identità e l’appartenenza, essere portati
con, dentro, attraverso le proposte del conduttore le opportunità creative sono inesauribili.
Mario Buchbinder dirige L’Istituto de la mascara a Buenos Aires, definisce “psicodrammatica,
smascherante, corporea, psicoanalitica, espressiva” la sua tecnica gruppale che si svolge grazie
all’uso della maschera.
La maschera è uno dei modi in cui l’uomo ha espresso un emergere archetipico creando una lingua e
un contatto con l’insondabile. Attrae con suo fascino, connettendo ad una memoria culturale a tratti
perduta, ma implicitamente viva, fatta di materia, parola, corpo, movimento, simbolo.
Di seguito alcune maschere realizzate in laboratori sviluppati fra il 2017 e il 2023



Questa maschera è stata realizzata nel 2017 da un rifugiato afghano, divenuto poi, attraverso un
percorso professionale un mediatore culturale.
Si chiama Due Facce.
Narrazione: “Ogni persona ha dentro due facce, una si mostra felice, l’altra porta con se la sua
sofferenza. La mia maschera ha una parte nera, buia, questa parte ha la barba bianca, da noi si dice
che chi ha barba bianca ha sofferto, ha anche una cicatrice.
La sua storia è quella di un rifugiato che porta dentro il dolore del viaggio e del motivo che lo ha
portato a fuggire, ha una faccia felice quando chiama la famiglia, non può farli preoccupare.
Quando sono arrivato in Italia stavo male e non sapevo di aver bisogno d’aiuto e a chi chiederlo,
quando vieni qui sei solo, il tuo malessere sta dentro, dentro, non è facile portarlo fuori.
Non ho cercato aiuto, mi è stato offerto.
Prima di integrarti, trovare amici ci metti tanto, è dura. Sono stato altrove, in Italia è stato più facile
per me.
Non pensavo sarebbe venuta fuori questa storia, è importante.”


Realizzata nel 2022 da un operatore legale che si occupa di rifugiati.
Nome: Pierot e la Luna
Narrazione: é una maschera malinconica. C’era una volta Pierot innamorato della Luna, lei
ricambiava. Oggi notte si affacciava dal suo balcone, struggendosi per questo amore impossibile. Di
giorno lui è un’altra persona, è innamorato della luna di notte. Di giorno io non so chi sia, conosco il
Pierot notturno, quando cala il silenzio, ci sono meno resistenze e certi dolori emergono.
Di questo amore so solo io, è un segreto.
Lui e Luna dialogano sempre, la Luna dice: “Ti amo, perché non vieni da me?”, Lui risponde “Non
posso, non so come fare”. Sono certi del loro amore, ma non possono toccarsi. Pierot rappresenta il
maschile, la Luna è il femminile.
Loro si ameranno per sempre, ma concedono a loro stessi di trovare un amore fisico altrove, per
completarsi.
C’è un amore ideale, romantico, impossibile, poi c’è quello reale.
Alcuni amori sono completi anche se reali, totalizzanti e non puoi chiedere di più, l’amore per mia
figlia.
Questa storia non ha una fine….continua.


questa maschera è stata realizzata nel 2022 da un rifugiato ucraino, un uomo anziano, si chiama
“Barbone”.
La narrazione: “Quando mi hai chiesto di realizzare una maschera ho pensato a lui, era una persona
che abitava vicino la mia casa, in Ucraina, non aveva molto e io lo aiutavo con tante cose, lo
accompagnavo in macchina e provvedevo a lui. Non so più nulla di lui da quando ho dovuto
lasciare la mia casa, spero stia bene”

Realizzata nel 2023 da una psicologa, si chiama Iascal.
Narrazione: “Non so bene se sia maschio o femmina, forse è asessuato. Esprime una grande energia
dagli occhi, una fortissima luce, che però non sa bene come gestire, ha paura che possa essere
dirompente e distruttiva. Nonostante senta questa forte carica, energia vitale, un po’ è bloccata. Il
suo modo di orientarsi nel mondo è il suo istinto, che è rappresentato dal naso, il suo olfatto, lo usa
per capire cosa gli piace e cosa non gli piace.”

Realizzata nel 2023 da una psicologa, si chiama Universo.
Narrazione: “Si chiama così perché ha una parte di luce ed una parte di ombra. Universo quando è
luce è una ragazza solare, serena, disponibile ad aiutare gli altri, però talvolta questa luce viene
oscurata da qualcosa che è stata più grande di lei. La parte ombra di Universo è rappresentata dalla
sua più grande paura che è l’acqua quando è incontrollabile, questo perché a 17 anni ha vissuto un
alluvione che ha portato via tutto. Nonostante questo va avanti, è molto resiliente, ma cerca di
nascondere questa parte, ha paura di mostrare la sua paura”.


Realizzata nel 2023 da uno psicologo, ha un lungo nome binario 00010000…, ma si fa chiamare
brevemente D2
Narrazione: “Non ha un gender, lui, ma potrei dire lei, va in giro per i pianeti che sono l’espressione
di tutte le possibilità, di tutte le libertà. La sua missione è rimanere libero e prendere tutte le
opportunità che incontra. È un po’ super eroe, come capitan Harloch, ed ha dei nemici che cercano
di bloccare le sue possibilità. Combatte i suoi nemici da sempre, sia in maniera attiva, sia in maniera
passiva: può fronteggiarli, ma può anche allontanarli andando in un altro pianeta. Porta i colori, le
possibilità. Ha anche dei nemici interni e impara a combatterli stando nella realtà del momento,
evitando il tempo concepito come passato e futuro. Vive il presente, la possibilità di questo
momento e nient’altro: proiezioni, quello che è stato e quello che sarà. Tutto quello che è istintualità
e natura, un animale, un onda del mare, sono fonte di ispirazione. Ha degli spiriti affini, degli amici,
come tutti gli eroi, che si alleano proprio per affinità, ne ha veramente tanti.”

Realizzata nel 2019 da un rifugiato politico, si chiama Konoba.
Narrazione:” Prima della religione mussulmana i nostri genitori adoravano lui come Dio. Durante
una festa si cantava, si parlava, si pregava il Dio per avere una visione più chiara, per sapere cosa
era meglio fare. Alcuni lo adorano ancora anche se l’Islam non lo permette. Io sono mussulmano,
sono nato tale, non ho mai avuto niente a che fare con questo, ma con i racconti dei miei genitori ho
avuto la storia. Le feste che erano dedicate a questo Dio, in cui c’erano delle pecore, sono state
sostituite da feste islamiche”.

Realizzata da un rifugiato politico nel 2019, si chiama Oduduwa.
Narrazione: “Oduduwa è un gruppo etnico in Africa, mia madre era oduduwa. Prima della
colonizzazione, c’erano tante diverse etnie, ma dopo gli inglesi potevi solo dire di essere nigeriano.
L’etnia oduduwa indossa questa maschera, nel ballo, durante le feste. Oggi se fai queste feste puoi
avere un problema, non è possibile affermare la propria identità semplicemente”.


Realizzata nel 2019 da una assistente sociale, si chiama Donna.
Narrazione: “Lei è Donna. Questi nei sul volto sono le imperfezioni, ha delle cicatrici evidenti, ma
in fondo sono state trasformate in qualcosa di positivo, quindi sono tutte colorate. Lei è Donna
perché rappresenta una parte di me che ultimamente viene fuori poco perché quando diventi
mamma sei principalmente mamma, se poi sei assistente sociale sei prevalentemente assistente
sociale, quindi poco donna. Durante il laboratorio ho voluto tirare fuori quella parte di me che poco
si esprime. Dovrebbe essere femminile”.
“Ciascuno si racconcia la maschera come può – la maschera esteriore. Perché dentro poi c’è
l’altra, che spesso non s’accorda con quella fuori…L’uomo? Sempre mascherato, senza volerlo,
senza saperlo”
Luigi Pirandello, 1908
Paradossale è la costruzione della maschera, in quanto permette l’emersione delle maschere interne
e quindi è uno smascheramento, una condivisione possibile, una emersione nel relazionale.
L’esplorazione della maschera ci spinge sia sull’asse verticale, sia orizzontale.
Il verticale, dal divino all’infero, ci mette in contatto con un esigenza antica come l’uomo di dialogo
con le forze che governano la vita e la morte. La maschera, nella sua funzione simbolica costruisce
una anatomia del mito e un dialogo con esso.
L’asse orizzontale consegna l’uomo all’umanità, smaschera nel senso che rende dialogico e creativo,
ciò che si cela sotto la superficie della consapevolezza. Tutto questo attraverso il gioco.
“Tutto il lavoro umano trae origine dalla fantasia creativa, dall’immaginazione… L’attività
creatrice dell’immaginazione strappa l’uomo ai vincoli che lo imprigionano… elevandolo allo stato
di colui che gioca. E l’uomo, come dice Shiller è totalmente uomo solo là dove gioca
L’effetto al quale io miro è di produrre uno stato psichico nel quale il paziente cominci a
sperimentare con la sua natura uno stato di fluidità, mutamento e divenire, in cui nulla è
eternamente fissato e pietrificato senza speranza” (Jung, 1929)
Autore Vincenzo Andaloro
Bibliografia e Sitografia
Medusa allo specchio. Maschere fra antropologia e psicopatologia
Edizioni
Bruno Callieri, Laura Faranda
Univ. Romane , 2001
La maschera e il viaggio. Sull’origine dello Zanni
Alessandra Mignatti
Edizioni Moretti e Vitali, 2008
Sulla Maschera
Alessandro Pizzorno
Edizioni Il Mulino, 2008
Origine del teatro italiano
Paolo Toschi
Edizioni Einaudi, 1955
La via delle maschere
Claude Lévi-Strauss
Edizioni Einaudi, 1985
Maschere del Mondo
Caterina Ortu
ilmiolibro self publishing, 2012
Las máscaras de las máscaras. Experiencia expresiva corporal y terapéutica
Mario J. Buchbinder – Elina Matoso
Edzioni Eudeba,1994
La maschera, il doppio e il ritratto
Bettini M. (a cura)
Edizioni Laterza, 1991
www.storiografia.org
www.selvaggi-america-europa.unito.i
